Stanford e il valore della selezione

Quest’anno l’Università di Stanford, nonostante abbia registrato un altro record di richieste d’iscrizione, ha scartato tutti i candidati. Come mai?

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Oggi vi proponiamo una riflessione prendendo spunto da un articolo uscito da poco sul New York Times. Nell’articolo Frank Bruni parla di qualcosa che ha sicuramente del clamoroso e che porta con sé una grande quantità di questioni sul marketing universitario.

La notizia è che quest’anno l’Università di Stanford, nonostante abbia registrato un altro record di richieste d’iscrizione, ha scartato tutti i candidati non ammettendo nessuno ai propri corsi!

Queste le parole di un amministrativo di Stanford riportate nell’articolo: “We had exceptional applicants, yes, but not a single student we couldn’t live without” (Certo, avevamo dei candidati eccezionali, ma non un singolo studente di cui non potevamo fare a meno).

Insomma, qui siamo di fronte all’estrema forma di selezione dei candidati, quasi un’ipotesi fantascientifica divenuta realtà: zero iscrizioni perché il nostro prestigio ci impone una selezione talmente ferrea da accettare solo candidati non solo eccezionali, bensì unici.

 

Stanford_hallÈ l’affermazione di un paradigma di fronte al quale tutti i competitors non possono fare altro che prenderne atto, sapendo di essere perdenti in partenza, perché saranno sempre al massimo la seconda scelta. L’articolo di Bruni prosegue poi elencando le reazioni di una serie di top university americane che tra gadget, regali e semplificazione dei test sembrano trovare un comune denominatore nell’individuare una loro insufficiente capacità di attrattiva rispetto agli studenti internazionali.

Se solo pensiamo alla capacità di attrattiva internazionale delle università italiane o del fatto che possano porsi un simile problema ci viene da ridere per non piangere…

In ogni caso, tutto questo cosa significa? Significa che il caro vecchio schema mentale che dice che noi esseri umani vogliamo avere più di ogni altra cosa ciò che non possiamo avere funziona anche in campo universitario. Infatti parrebbe che ogni volta che Stanford stringe le proprie maglie il numero di candidati aumenti. Perché? Perché tutti quelli che pensano di poter diventare studenti della più prestigiosa e selettiva università del mondo provano ad entrarci!

In tutto questo vi starete chiedendo quanto il guadagno d’immagine possa sopperire ai mancati introiti delle iscrizioni oppure, visto che siamo negli USA, quanto l’aver rifiutato i pargoli dei grandi donatori abbia influito negativamente sulle donazioni stesse. Sono quesiti pertinenti, perché il sistema universitario americano, si sa, si regge sul foundraising privato e anche solo l’idea che per un anno Stanford non produrrà laureati da immettere nei gangli strategici dell’economia mondiale e delle società più innovative della Silcon Valley potrebbe non piacere a donatori ed investitori: ebbene, nell’articolo del Times si sostiene esattamente il contrario, e non abbiamo dubbi che a Stanford abbiano applicato questa strategia drastica perché supportati da dati raccolti e analizzati meticolosamente.

Leggiamo infatti che: “[…] Stanford administrators noticed that as the school rejected more and more comers, it received bigger and bigger donations, its endowment rising in tandem with its exclusivity, its luster a magnet for Silicon Valley lucre.”

In pratica più Stanford respinge studenti, più arrivano un maggior numero di candidature e donazioni più cospicue.

Bruni riporta anche che dopo l’annuncio di non aver ammesso nessuno, Stanford ha ricevuto una donazione così grande da un singolo benefattore da poter iniziare la costruzione di una nuova ala, il Center for Social Justice, inaugurando la prima collaborazione in assoluto tra gli architetti Renzo Piano e Calatrava.  

Insomma, sappiamo che di Stanford ce ne può essere soltanto una, ma nel piccolo delle nostre realtà quanto può valere il principio di selezione?

A nostro parere molto, e la selezione può avvenire su criteri estremamente eterogenei. Ciò che è certo è che ai destinatari della mia selezione, cioè ai miei aspiranti studenti, devo dare il massimo della qualità in tutti i versanti di loro interesse, magari andando controcorrente rispetto al mercato per qualche anno ma con la certezza di offrire un servizio di alto livello nel mio campo di riferimento. Senza dimenticare che l’aspetto chiave rimane sempre il saper comunicare al meglio le proprie qualità e le proprie scelte.

P.S.

Oggi abbiamo anche noi scherzato un po’ con questo April Fools’ Day: l’articolo del Times infatti è un pezzo di satira in cui Bruni si prende gioco del modo che hanno le università di comunicare con orgoglio quanti candidati hanno respinto. Questo però non cambia il succo del discorso, infatti a Stanford la percentuale di ammissioni è scesa rispetto all’anno scorso dal 5,05% al 4,69% e le richieste sono sempre in aumento. Il nostro punto di vista è un po’ diverso da quello di Bruni, perché non importa se sembri spocchioso o fuori dal mondo, importa che la tua strategia funzioni e fare qualità e selezione sono due ricette che se ben fatte si rivelano spesso vincenti.

Per completezza d’informazione, Stanford ha ammesso 2.063 studenti alla classe del 2020.
Buon 1° aprile a tutti.

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Edoardo Bianchi

Consulente Senior e fondatore di Education Marketing Italia.

Quando lavoro con le persone mi occupo di Design Thinking, UX e progettazione strategica.

Quando siamo io e lo schermo mi occupo di UX Design, content e copywriting.

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