Flipped Classroom: quello che ancora non sapete

La soluzione che si deve adottare è spiegare in modo chiaro e preciso, all’inizio dell’anno scolastico, il tipo di attività didattica che si intende attuare

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Tutor coordinatore universitario corso di laurea Scienze della Formazione Primaria, docente Laboratorio di tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento, formatore per le competenze digitali e docente elementare: in questi mesi abbiamo conosciuto e scambiato opinioni con Danilo Moine, da sempre interessato ai temi di innovazioni applicati alla formazione scolastica. Abbiamo fatto con lui il punto sulla storia delle tecnologie in questo ambito, ci siamo confrontati sul ruolo che esse debbano avere in classe, abbiamo parlato di Flipped Classroom, di social media e relazioni. Ne sono nati due articoli. Nello scorso abbiamo parlato di social media e tecnologie e potete ritrovarlo a questo link.

Questo, invece, è dedicato ad un tema a noi caro: la flipped classroom. A che punto di consapevolezza siamo dopo anni di sperimentazione? Come cambia il ruolo dell’insegnante, quali sono le maggiori difficoltà incontrate? E, per finire, un prezioso elenco di spunti bibliografici e sitografici da appuntarsi con cura.

 

 

Cosa si intende esattamente quando di parla di Flipped Classroom? Qual è il ruolo dell’insegnante?

“Flipped classroom, classe capovolta, fuori dalla scuola, Virtual Learning Environment, learning by doing sono terminologie importanti che configurano una metodologia attiva che vede l’uso delle tecnologie come protagoniste, invertendo così il classico rapporto docente/alunno, ecco il significato della “classe capovolta”. La classe si configura come un luogo in cui si lavora per problem-solving con l’aiuto dell’insegnante coach attraverso attività di tipo laboratoriale o di attivazione delle conoscenze. Ecco dunque che la tradizione si avvale dell’innovazione delle tecnologie per generare apprendimento attraverso il fare (learning by doing), valorizzando i nuovi stili di apprendimento degli alunni. 

Dalla premessa si capisce come questa metodologia non sia qualcosa che si improvvisa, ma occorre una competenza che deriva dalla formazione, formazione che fornisce all’insegnante la sicurezza di saper progettare azioni didattiche realmente efficaci e significative. Nella scuola questa consapevolezza è presente e gli insegnanti, pionieri delle diverse metodologie, si formano per offrire approcci didattici realmente innovativi ed efficaci”.

 

Quali sono le maggiori difficoltà nell’applicare questo metodo? Come si risolvono?

“Le difficoltà che si possono riscontrare sono legate alla necessità di collaborazione e supporto fuori dalla scuola. Le attività che l’insegnante propone agli alunni e che devono essere affrontate in autonomia, sono messe a disposizione all’interno di un ambiente virtuale creato su piattaforme digitali; la consultazione e l’applicazione da parte dei ragazzi a volte necessita di un aiuto da parte dei genitori, richiedendo loro un impegno in termini di tempo da dedicare all’apprendimento dei figli. Non tutti i genitori, per motivi lavorativi o per inesperienza nell’utilizzo di queste piattaforme digitali, hanno la disponibilità a lasciarsi coinvolgere in questo percorso; questa può essere una delle criticità principali che rende difficoltosa l’applicazione di questo tipo di metodologia.

La soluzione che si può e si deve adottare è quella di spiegare in modo chiaro e preciso, all’inizio dell’anno scolastico, il tipo di attività didattica che si intende attuare con i ragazzi precisando che sarà necessario il supporto a casa da parte dei genitori che sarà più importante all’inizio per poi ridursi con il divenire più abili dei ragazzi”.

 

C’è della letteratura che consiglia e alla quale un insegnante deve o può fare riferimento?

Bibliografia essenziale:

  • Rivoltella P.C., “Insegnare e apprendere per Episodi di Apprendimento Situato. Un esempio di didattica non lineare”, in Traiettorie non lineari nella ricerca. Nuovi scenari interdisciplinari, Pensa, Lecce 2012. 
  • Id., Fare didattica con gli EAS. Episodi di Apprendimento Situato, La Scuola, Brescia 2013. 
  • Id., Didattica inclusiva con gli EAS, La Scuola, Brescia 2015.  
  • Micro-progettazione: pratiche a confronto. Propit, EAS, Flipped classroom, a cura di Pier Giuseppe Rossi e Catia Giaconi, Franco Angeli 2016 (on line).
  • Maglioni M., Biscaro F. “La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom”, Erickson, Le guide Erickson 2014.

Sitografia:  

 

Le metodologie innovative si integrano ai momenti di lezione tradizionale e puntano sul lavoro di gruppo e sulla cooperazione. Molti approcci sembrano andare a potenziare Soft e Life skills. È così? Su quali bisogna lavorare di più? Quali sono ad oggi le più urgenti da monitorare?

Compito della scuola è sicuramente quello di preparare i ragazzi fornendo loro una serie di competenze spendibili all’interno della società e del mondo del lavoro; molto si sta facendo, in termini di formazione iniziale degli insegnanti, in questa direzione: si parla di progettazione di percorsi didattici per competenze e di valutazione per competenze. Le componenti che determinano la competenza sono: conoscenze, abilità, attitudini e motivazione. Per sviluppare e potenziare queste componenti nei ragazzi occorre non fermarsi alla lezione “tradizionale – frontale”, ma puntare sull’acquisizione dei contenuti attraverso modalità più coinvolgenti, di tipo collaborativo che mettono l’allievo al centro del processo di apprendimento, rendendolo attore e costruttore della propria conoscenza. Di qui tutte le strategie e tecnologie didattiche che gli insegnanti ben conoscono e mettono in atto, quali flipped classroom, peer to peer, cooperative learning, etc. Inoltre queste modalità di lavoro non soltanto stimolano il pensiero critico e l’acquisizione di conoscenza, ma preparano a quello che maggiormente viene tenuto in considerazione dal mondo del lavoro nella fase di ricerca e selezione dei collaboratori; sono le life skills che ci consentono di essere produttivi e di relazionarci positivamente con gli altri e di avere la giusta autostima, che ci rendono produttivi ed efficaci nel problem-solving quotidiano. È dunque essenziale che gli insegnanti sappiano stimolare le abilità relazionali e collaborative al fine di raggiungere un sapere condiviso”.

 

Cosa si fa oggi invece per accrescere le competenze trasversali di un insegnante ed educatore che si ritrova a ricoprire un ruolo non più tradizionale?

Molto avviene nella fase di formazione iniziale per cui un compito molto importante in tal senso è affidato alle Università che, all’interno dei loro corsi di studi, progettano percorsi mirati e strutturati per fornire strumenti spendibili nella professione futura. Altro aspetto fondamentale è far comprendere come la formazione iniziale non sia sufficiente a mantenere il passo con le innovazioni e i continui cambiamenti che la società odierna mette in atto; occorre pertanto fornire costanti occasioni di formazione e crescita personale sul territorio, facilmente fruibili e sperimentabili per stimolare nei docenti il desiderio di mettersi alla prova in percorsi di ricerca-azione. Molto in tal senso possono fare le Università con i loro docenti e il loro supporto”.

 

Qual è il rapporto tra innovazione e tradizione?

La tradizione compenetra l’innovazione e sono le persone che fanno l’innovazione perché spinte da un desiderio di ricerca-azione che le guida e stimola a sperimentare strategie e metodologie nuove su vie già battute. Questo è il motore che alimenta la scuola: le persone che si mettono in gioco, si formano e fanno ricerca sul campo utilizzando le possibilità che la tecnologia offre per rendere i ragazzi più partecipi e stimolare in loro la capacità di pensiero divergente. La scuola è il canale privilegiato per approcciare i ragazzi ad un uso consapevole e critico di quelle strumentazioni che costantemente utilizzano senza chiedersi quali sono i meccanismi positivi e/o negativi che li regolano; il segreto sta nel non opporsi al cambiamento e all’innovazione, ma trovare il giusto equilibrio che consente di battere le vie già note con mezzi nuovi”.

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Giulia Cattoni

Faccio quello che faccio da sempre: scrivo. Uso la scrittura per dare forma a pensieri e idee.
Da piccola consumavo pagine e pagine per descrivere le mie avventure quotidiane sul diario, oggi uso il linguaggio per creare testi efficaci, contenuti digitali, e organizzarne la gestione.
Mi piace trovare le parole giuste, mettere ordine ai testi e renderli chiari, e creare contenuti accessibili, piacevoli e utili.

Faccio parte del team di Education Marketing Italia dal 2016: ho iniziato come autrice del blog e negli anni ho ampliato i miei ruoli. Oltre alla produzione e gestione dei nostri contenuti, affianco i miei colleghi nella gestione degli open day e nelle attività di design thinking.
Dal 2023 mi occupo in prima linea della cura del nostro brand: dalle mie mani passano piani editoriali, articoli, post, newsletter, webinar e la strategia che li tiene insieme.

Mi sono laureata in Comunicazione con una tesi sull'uso della lingua per l'infanzia, ho frequentato corsi sulla didattica emozionale e sulla robotica educativa. Sono stata istruttrice di pallavolo nel settore giovanile comasco.

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