Qualche giorno fa ho letto un articolo di Isabella Pierantoni, sociologa, futurista e fondatrice di Generation Mover che da anni si occupa di lavoro, trasformazioni generazionali e innovazione. Avevamo approfondito questo tema anche nella nostra newsletter mensile: come si costruiscono esperienza e competenza in un mondo in cui sempre più attività vengono svolte dall’intelligenza artificiale? Una domanda interessante.
“Per la prima volta nella storia moderna” afferma Pierantoni “una generazione entrerà nel lavoro con un’intelligenza artificiale sempre presente accanto a sé. La sfida non sarà imparare a usare la tecnologia ma imparare ciò che la tecnologia non può insegnare: il pensiero critico, il senso del contesto, la responsabilità delle decisioni, la capacità di collegare situazioni diverse e leggere le conseguenze nel tempo.” (Tratto da Entry Level: maturare esperienza e leadership ai tempi dell’AI)
Per chi lavora nella scuola questa riflessione non è nuova. Riguarda gli insegnanti che progettano attività educative. Riguarda i dirigenti che decidono dove investire risorse e attenzione. Riguarda chi costruisce percorsi formativi e chi prova ogni giorno a immaginare quale tipo di persona la scuola debba contribuire a formare.
È in questo contesto che si parla di soft skills, o competenze trasversali: competenze che non si affiancano semplicemente alle conoscenze disciplinari, ma che contribuiscono a renderle utilizzabili nei contesti reali.
Su questo blog abbiamo commentato più volte le competenze trasversali indicate dal Future of Jobs Report del World Economic Forum. Oggi vogliamo tornare su quel rapporto osservando l’edizione 2025. In un contesto segnato dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale, cosa è cambiato nelle competenze considerate più importanti? E cosa, invece, continua a rimanere essenziale?
Future of Jobs Report: cosa è cambiato dal 2015 al 2025
Seguiamo da anni questi temi e più volte abbiamo detto la nostra su come l’innovazione e le nuove tecnologie si intersecano con lo sviluppo delle persone.
Abbiamo parlato delle dieci competenze trasversali più richieste partendo dai dati WEF e mettendo a confronto i dati del 2015 con quelli del 2020 e a settembre di quello stesso anno tornavamo sull’argomento chiedendoci quali competenze fossero davvero strategiche in quel momento.
Nel 2015 la lista era dominata da competenze operative: problem solving complesso, coordinamento con gli altri, gestione delle persone, pensiero critico. La creatività era al decimo posto. Non perché non fosse importante, ma probabilmente perché non era ancora percepita come una priorità strategica dalle aziende.
Nel 2020 la creatività era già al terzo posto. Facevano il loro ingresso l’intelligenza emotiva e la flessibilità cognitiva, due voci che nel 2015 non esistevano nemmeno nella lista. Il messaggio era chiaro: il mondo si stava complessificando, e le competenze per navigarlo non erano solo tecniche.
Nel 2025 il pensiero analitico è in testa, ed è affiancato da resilienza, creatività, motivazione, empatia, curiosità. Per la prima volta compaiono esplicitamente tra le core skill l’ascolto attivo e la consapevolezza di sé. Le competenze tecnologiche (AI, big data, cybersecurity) crescono rapidamente, ma non scalzano quelle umane. Le affiancano.
Quello che emerge, guardando questi dieci anni nel loro insieme, è una direzione molto precisa: più la tecnologia avanza, più diventano preziose le cose che la tecnologia non sa fare. La comunicazione, la capacità di problem solving, il pensiero analitico, la leadership sono ciò che permette alle persone di stare in relazione, di adattarsi, di non cedere sotto pressione.
L’intelligenza artificiale non inaugura questo percorso. Lo accelera.
Ma torniamo all’affermazione di Pierantoni: “Per la prima volta nella storia moderna una generazione entrerà nel lavoro con un’intelligenza artificiale sempre presente accanto a sé.”
Oggi si parla moltissimo di intelligenza artificiale, ed è giusto perché siamo davanti a una tecnologia che ancora una volta sta già modificando drasticamente il modo in cui studiamo, lavoriamo, comunichiamo e produciamo valore. Ma attenzione, l’intelligenza artificiale non è una frattura improvvisa. È l’ultimo passaggio di una trasformazione che era già in corso. Le macchine hanno progressivamente automatizzato attività, semplificato processi, ridotto alcuni sforzi cognitivi e cambiato il valore attribuito a determinate competenze. L’automazione ha tolto spazio a compiti ripetitivi e prettamente esecutivi, e nel farlo fa riemergere il bisogno di competenze prettamente umane.
L’intelligenza artificiale accelera questo percorso. Non lo inaugura.
Ed è proprio qui che emerge un elemento interessante: molte delle competenze che oggi vengono indicate come indispensabili per affrontare il futuro sono le stesse di cui si parla da anni, magari trasformate, evolute. Di certo ancora più necessarie.
Da competenze operative a competenze adattive: la vera trasformazione degli ultimi cinque anni
Mentre nel 2020 l’attenzione era focalizzata sull’ottimizzazione dei processi interni e sulle relazioni standard (pensiamo alla negoziazione o all’orientamento al servizio), oggi lo scenario si è spostato sulla capacità di adattamento psicologico ed emotivo (resilienza) e sulla capacità di auto-evoluzione (apprendimento continuo) per coesistere con l’AI.
- Il Pensiero Critico si è trasformato in Pensiero Analitico guidato dai Dati. Nel 2020 significava usare l’esperienza per valutare logicamente una situazione o risolvere un intoppo di processo. Oggi significa saper validare, filtrare e mettere in discussione i risultati dell’Intelligenza Artificiale. Di fronte a dati generati in pochi secondi da software predittivi o prompt complessi, l’essere umano non deve più “creare il report”, ma deve possedere l’acutezza intellettuale per capire se quel report è corretto o se la macchina ha avuto una cosiddetta allucinazione.
- La Creatività non è più “esecuzione”, è strategia e lateralità. Nel 2020 era la dote necessaria per inventare un layout grafico o trovare una soluzione originale a un collo di bottiglia produttivo. Oggi, poiché i software generano testi, codice e immagini all’istante, la creatività si è spostata sulla capacità di unire punti distanti e formulare problemi in modo inedito. La macchina esegue con precisione infinita, ma è l’uomo che deve avere l’idea visionaria di partenza.
- Dalla Flessibilità Cognitiva alla Resilienza Psicologica. Nel 2020 era l’abilità di fare multitasking, passando agilmente da un progetto all’altro durante la giornata lavorativa. Oggi è la capacità emotiva di tollerare l’incertezza costante e l’ansia da obsolescenza senza andare in burnout, accettando che gli strumenti digitali che usiamo cambino ritmo ogni sei mesi.
- L’Apprendimento Continuo è diventato una strategia di sopravvivenza. Nel 2020 aggiornarsi era una scelta virtuosa per accelerare la carriera ed essere considerati profili brillanti. Oggi i dati del World Economic Forum ci dicono che circa il 44% delle competenze lavorative di base è cambiato negli ultimi anni. Curiosità e lifelong learning non sono più medaglie al valore, ma strumenti di pura sussistenza professionale. Ciò che uno studente impara oggi rischia di non servire più a ventiquattro mesi dal diploma.
Lo sviluppo della persona precede sempre lo sviluppo del professionista
Nonostante questi report e le varie riflessioni al riguardo circolino ormai da tempo, le realtà educative che scelgono ogni giorno di investire sullo sviluppo integrale della persona, sulla creatività, sul pensiero critico, sul SEL (il Social Emotional Learning), sulla qualità delle relazioni si trovano ancora, molto spesso, a dover giustificare questa scelta.
La critica, quasi sempre, è la stessa: “Sono attività belle, ma servono davvero?”.
Ed è questa domanda che a sua volta ci costringe a chiederci che cosa intendiamo quando diciamo che qualcosa “serve”.
Se per “servire” intendiamo soltanto migliorare una prestazione nell’immediato, allora forse alcune di queste esperienze sembrano marginali. Ma se educare significa preparare una persona ad affrontare la complessità, a lavorare con gli altri, a prendere decisioni, a gestire l’incertezza e a continuare a imparare lungo tutto l’arco della vita, allora la prospettiva cambia radicalmente.
Condividiamo infatti l’idea che la formazione non possa ridursi all’acquisizione di conoscenze tecniche, che la crescita di una persona sia qualcosa di più ampio della sua preparazione professionale. Che creatività, pensiero critico, relazioni, curiosità e consapevolezza non siano elementi accessori dell’educazione, ma parte del suo nucleo più profondo.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale. Non ci sta indicando una strada completamente nuova: ci sta mostrando, con maggiore chiarezza, il valore di una direzione che molti educatori, ricercatori e professionisti della formazione indicano da anni.
La vera sfida è continuare a formare persone capaci di interpretare il mondo, di comprenderne la complessità, di costruire relazioni significative, di sviluppare senso critico e di continuare a imparare lungo tutto l’arco della vita.
In questo scenario, arte, musica, sport, teatro, attività laboratoriali e progettuali smettono di apparire come elementi accessori del percorso educativo e più in generale di crescita e diventano ciò che probabilmente sono sempre stati. Diventano luoghi in cui si allenano le capacità più difficili da automatizzare, quelle che permettono a una persona non soltanto di svolgere un lavoro, ma di orientarsi nel cambiamento.
Lo sviluppo della persona precede sempre lo sviluppo del professionista. E l’arrivo dell’intelligenza artificiale, anziché smentire questa idea, la rende ancora più evidente.
Dire, fare, e poi raccontare
Se sei una scuola che ha già questo nel proprio DNA, se nei tuoi programmi ci sono spazi dedicati alla creatività, al pensiero critico, alla dimensione emotiva e relazionale degli studenti, allora sai già di cosa stiamo parlando. Non hai bisogno di reinventarti.
Hai bisogno di raccontare meglio il senso di queste scelte.
Le famiglie non scelgono una scuola soltanto per ciò che offre, ma per la visione educativa che riconoscono dietro ogni proposta. In fondo, è il principio reso celebre da Simon Sinek: le persone si riconoscono prima nel “perché”, e solo dopo nel “che cosa”. E quando quel perché è autentico, non diventa solo comunicazione. Diventa fiducia.