Il Reggio Emilia Approach è una filosofia educativa nata in Italia nel secondo dopoguerra, oggi riconosciuta a livello internazionale come uno dei modelli più avanzati per l’educazione dell’infanzia (o-6 anni). Ideato dal pedagogista Loris Malaguzzi, questo approccio mette al centro dell’attenzione il bambino come soggetto attivo, competente e portatore di diritti.
Le origini storiche del metodo: l’educazione come strumento di ricostruzione
Il Reggio Approach non è un approccio teorico nato “a tavolino”, bensì un prodotto nato dalla voglia di rinascita dei cittadini alla fine della Seconda guerra mondiale. Un modello educativo nato in un periodo drammatico ma anche carico di voglia di ricominciare. E in questo contesto, il Reggio Approch si mostra esattamente come il punto di partenza per la rinascita, rappresentando non solo una risposta educativa ma soprattutto sociale, culturale e politica. La scuola è vista come bene comune, simbolo della rinascita del Paese e diritto universale.
Il clima autoritario del regime lascia spazio alla voglia di democrazia, e la scuola viene considerata lo strumento migliore per realizzarla, con l’obiettivo di diffondere ideologie e valori al fine di creare un rinnovato spirito critico nella società. Si tratta di un approccio che nasce dal basso, tra il 1945 e il 1946, ad opera di gruppi di cittadini (prevalentemente donne), che decidono di ricostruire le scuole con materiale di recupero (macerie dei bombardamenti, mezzi militari abbondonati…) e lavoro volontario.
Nel 1946 il pedagogista Loris Malaguzzi, affascinato dall’idea, inizia a collaborare dando una struttura teorica al progetto, arricchendolo con i contributi derivanti dalla pedagogia, psicologia e filosofia. Tra gli anni ’60-’70 il comune di Reggio Emilia iniziò a sostenere le scuole dell’approccio, trasformandole in un vero servizio pubblico per l’infanzia.
Il ruolo centrale di Malaguzzi
Non si può parlare di Reggio Approach senza fare riferimento alla figura di Loris Malaguzzi. Insegnante e pedagogista ha avuto il merito di trasformare un’esperienza spontanea in una visione pedagogica riconosciuta a livello internazionale.
A Malaguzzi va il merito di aver integrato l’approccio con modelli già esistenti nel campo delle scienze umane e filosofiche.
Prende spunto, ad esempio, dal costruttivismo, che enfatizza il ruolo del bambino che costruisce attivamente la conoscenza apprendendo dall’esperienza. Anche nel Reggio Approach troviamo il bambino protagonista e l’insegnante che crea delle situazioni di ricerca non limitandosi alla spiegazione frontale.
Dalle teorie socio-culturali, tra cui troviamo il pensiero di L. Vygotskij, l’approccio riprende l’idea dell’importanza della socializzazione e del linguaggio nell’apprendimento, sostenendo i lavori in gruppi e i legami tra gli alunni, partendo dal presupposto che il sapere nasca dalle relazioni.
Segue, inoltre, la teoria del learning by doing, (ossia della conoscenza realizzata attraverso il fare), contestualizzando l’apprendimento alle esperienze della vita reale, sottolineando in tal modo il ruolo principale della comunità di riferimento.
Infine, vi si scorge un chiaro riferimento al concetto di ambiente come “terzo attore” sostenuto dal metodo Montessori: l’ambiente non è lo sfondo bensì elemento integrante del processo educativo, in quanto stimola curiosità e spinge l’alunno all’esplorazione. Per questo motivo, il Reggio Approach sostiene che il metodo non sia replicabile in modo ripetitivo ma che vada reinterpretato nei diversi contesti.
I punti chiave del Reggio Approach
Come si legge sul sito del Centro Internazionale Loris Maluguzzi, “il Reggio Approach è una filosofia educativa fondata sull’immagine di un bambino con forti potenzialità di sviluppo e soggetto di diritti, che apprende attraverso cento linguaggi appartenenti a tutti gli esseri umani e che cresce nella relazione con gli altri”.
Per comprendere meglio l’approccio, vediamo i punti chiave sui quali si fonda.
Il bambino come protagonista
Ogni bambino è costruttore delle proprie esperienze dirette a cui attribuisce un senso. L’alunno non è un “vuoto da riempire” ma esso stesso ha la capacità di costruire pensieri concreti. Il punto di partenza sono proprio le domande del bambino, l’insegnante ascolta prima ancora di insegnare, valorizzando l’errore che diventa risorsa;
Cento linguaggi
Uno dei concetti più noti è quello dei “cento linguaggi”, cioè le molteplici modalità con cui i bambini esprimono pensieri, emozioni e creatività. L’assunto di base è che il bambino non pensa solo attraverso le parole ma che esso si esprima anche con il movimento, il gioco simbolico, i suoni e la luce. In questo modo si supera la gerarchia secondo la quale il linguaggio sia superiore rispetto alle altre forme di comunicazione. Le implicazioni concrete a scuola si svolgono con diverse modalità, ad esempio pittura, musica, teatro, attività digitali…
L’apprendimento relazionale
Il bambino non apprende solo dall’insegnante ma da una rete di relazioni. L’approccio, infatti, è mirato alla socialità e ad evitare l’isolamento. La conoscenza si sviluppa attraverso le relazioni con gli altri, che possono essere di tre tipologie:
- Relazione tra pari (peer learning), nella quale si apprende dal confronto con gli altri bambini. Il conflitto è considerato produttivo nel momento in cui mette in dubbio le certezze e costringe a riflettere, attraverso dibattiti e lavori di gruppo;
- Relazione bambino/adulto, nella quale il ruolo del docente non è esclusivamente quella di correggere immediatamente ma di ascoltare e rilanciare domande che possano aprire un processo di ricerca da parte del bambino;
- Relazione con l’ambiente, in quanto gli spazi condivisi stimolano alla collaborazione. Un elemento distintivo è l’atelier, uno spazio dedicato alla creatività dove i bambini possono sperimentare diversi linguaggi espressivi con il supporto dell’atelierista.
La diffusione internazionale del Reggio Approach
A partire dagli anni ’90, il modello educativo di Reggio Emilia si diffonde oltre l’Italia, diventando un punto di riferimento nella pedagogia contemporanea, grazie agli scambi culturali e pedagogici realizzati dallo stesso Malaguzzi.
Tra gli anni ’70 e ’80 la notizia dell’approccio innovativo iniziò a diffondersi portando nelle scuole di Reggio numerosi studiosi incuriositi. Un momento di svolta è rappresentato dalla mostra “I cento linguaggi dei bambini”, che ha avuto il merito di mostrare visivamente i risultati dell’approccio.
Altro passo fondamentale fu la pubblicazione sulla rivista statunitense “Newsweek”, nel 1991, di uno specifico articolo sull’approccio emiliano, nel quale le scuole del Reggio Approach venivano indicate come tra le migliori al mondo, rendendo internazionale il fenomeno italiano, e ancora oggi applicato in 140 paesi.
In un mondo educativo in continua evoluzione, perennemente rivolto alla ricerca della migliore esperienza di apprendimento da offrire agli alunni, questo approccio continua a offrire spunti fondamentali per ripensare il modo in cui si apprende e si insegna. Il Reggio Emilia Approach rappresenta molto più di un metodo didattico: è una visione culturale dell’infanzia che valorizza il bambino come individuo competente, creativo e sociale, la cui forza risiede nell’equilibrio tra libertà individuale, esperienza a comunità.