La competizione a scuola. È giusto stimolarla?

La competizione viene letta dai formatori come una relazione negativa, contrapposta ai diversi approcci cooperativi. Oppure ne viene negata l’esistenza.

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Cooperazione e competizione. In che modo vengono dosati questi due fattori in ambito scolastico e qual è l’apporto che possono dare le discipline sportive? Martina Losa, neo laureata in Scienze della Formazione Primaria, ora insegnante di scuola primaria, ha portato l’argomento come tema di laurea in conclusione del percorso universitario intrapreso e sviluppando la sua tesi attraverso un’indagine qualitativa che ha messo a paragone il metodo scolastico e i metodi di insegnamento del gioco sportivo agonistico, in particolare della pallavolo.

 

 

L’interesse di Martina nasce anche dalle sue passioni: è giocatrice di pallavolo militante tra le serie B e C, allenatrice di primo grado e secondo livello volley giovanile, attività grazie alla quale insegna e trasmette la passione per il suo sport a bambine e ragazzine tra elementari e medie. 

Ho potuto constatare” afferma Martina “come la relazione competitiva sia una tematica raramente affrontata con la giusta profondità in ambito educativo. Attraverso le esperienze di tirocinio diretto ho osservato spesso come la competizione viene letta dai formatori come una relazione negativa, contrapposta ai diversi approcci cooperativi, oppure, ancor più di frequente, ne viene negata l’esistenza, quasi fosse immorale o umanamente impossibile provarne gli effetti. Le teorie pedagogiche, e in particolare quelle relative al Cooperative Learning, approfondiscono gli orientamenti condotti dal gruppo classe, soffermandosi principalmente sulla rilevanza dell’approccio cooperativo, quasi condannando la spinta competitiva”.

 

Nel mondo dello sport, invece, la pedagogia sportiva parla della competizione come valore, rifacendosi al suo significato originario di cum-petere, ovvero “ricercare insieme” o “tendere insieme verso una meta”. Viene riconosciuto l’aspetto formativo della competizione come motivo di confronto con sé e con gli altri, e non di scontro, come bisogno e desiderio di migliorare sé stessi e le proprie capacità, accettando sfide e problemi come possibilità di sviluppo personale. 

Come spiega Isidori, docente di Pedagogia generale e di Filosofia dello sport e dell’educazione olimpica, tra le difficoltà che i bambini tendono a sperimentare nell’ambiente scolastico, occupano un ruolo di primo piano quelle relative al confronto con i propri limiti, situazione che pone gli alunni di fronte alle proprie fragilità. Sia insegnanti che allenatori affrontano questa questione delicata nel proprio agire quotidiano puntando a sviluppare nei discenti un buon senso di autoefficacia ovvero la percezione che ciascun allievo ha delle proprie capacità nello svolgere un compito. La Pedagogia dello Sport parla in particolare di competizione interiore come spinta che induce a migliorarsi continuamente e a porsi quindi obiettivi di perfezionamento tecnico e personale sempre più ambiziosi. 

Anche Mario Polito, psicologo, pedagogista e conduttore di corsi per docenti sulla didattica, la comunicazione in classe e l’apprendimento cooperativo, si sofferma su questo tema sottolineando come sia possibile riconoscere un valore alla competizione quando essa esprime il bisogno di migliorarsi, quando manifesta il desiderio di sviluppare le potenzialità di ciascuno e si impegna a trovare soluzioni e via d’uscita a possibili problemi. Secondo Polito la forma di competizione più difficile da sviluppare è proprio quella verso sé stessi: “Coloro che possiamo definire persone eroiche sanno porsi degli elevati obiettivi di miglioramento e si dedicano coraggiosamente a perseguirli. Sono felici quando superano i propri limiti, le proprie paure, i propri pregiudizi. Non si interessano di superare gli altri, ma di andare oltre sé stessi, di realizzare pienamente le proprie potenzialità. La sfida più dura che ogni persona deve affrontare è l’autorealizzazione, che vuol dire essere responsabili verso la propria crescita e formazione sviluppando tutti i talenti ricevuti in dono per poi condividerli nella comunità in cui si appartiene.

 

Può capitare che la competizione degeneri in mancanza di rispetto, affermazione a spese del prossimo, insensibilità e affossamento dell’altro: allora non si tratta più “competizione”, bensì di “aggressione” e “distruttività”, entrambi atteggiamenti diseducativi.  Il compito dell’insegnante risiede quindi nel promuovere competizione interiore nei propri alunni, stimolando ciascuno studente non ad essere il primo, ma ad essere sé stesso, non superando gli altri, ma sviluppando le proprie capacità. Competizione e cooperazione agiscono in equilibrio e sta proprio al leader indiscusso del gruppo, l’insegnante a scuola, l’allenatore in palestra, il compito di creare, stabilire e mantenere tale condizione. È una sfida fondamentale, ma la sua definizione rappresenta uno dei tasselli principali che determinano il successo o meno dell’azione formativa.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento segnaliamo di aver caricato il lavoro intero di Marina al link di seguito: Cooperazione e competizione. Quali possibili conciliazioni? Uno studio qualitativo tra scuola e gioco sportivo nella pallavolo.

L’articolo è stato redatto prendendo liberamente spunto dall’elaborato finale “Cooperazione e competizione. Quali possibili conciliazioni? Uno studio qualitativo tra scuola e gioco sportivo nella pallavolo” di Martina Losa in conclusione del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Scienze della Formazione Primaria, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, anno accademico 2017/2018.

Giulia Cattoni

Lavoro dal 2013 nell'ambito della comunicazione e del marketing. Mi sono appassionata e specializzata sui temi riguardanti il territorio, l'innovazione e l'educazione diventando professionista dell'uso del linguaggio e della creazione, gestione e organizzazione dei contenuti. Mi sono laureata in Comunicazione con una tesi sull'uso della lingua per l'infanzia, ho frequentato corsi sulla didattica emozionale e sulla robotica educativa. Trasversalmente, ho carpito la sensibilità dalla mamma insegnante e l’ho fatta mia lavorando con entusiasmo per sette anni come istruttrice di pallavolo nel settore giovanile comasco. Lavoro con orgoglio per Education Marketing Italia dal 2016 come autrice del blog e dal 2020 sono entrata a far del team che offre servizi e consulenza strategica per le scuole.

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