Si sente parlare sempre più spesso di NEET, un acronimo che indica i giovani Not in Education, Employment or Training, cioè non inseriti in un percorso di studio, lavoro o formazione. Si tratta di giovani che si trovano in una sorta di limbo che li espone al rischio di esclusione sociale, per questo ci si riferisce al termine con preoccupazione, considerato come uno dei segnali più preoccupanti per il futuro sociale. “Senza lavoro non vi è possibilità di stabilità nel mondo umano”, scrive in Vita activa la filosofa Hannah Arendt, e la condizione NEET può esattamente generare un’instabilità, non solo economica, ma anche esistenziale, rendendo difficile la realizzazione di un progetto di vita.
Chi sono i NEET
Il termine NEET nasce nel Regno Unito alla fine degli anni ’80 e si diffonde nei primi anni ’90. In particolare, la diffusione si deve all’utilizzo nei documenti ufficiali del governo britannico dopo le riforme del sistema di istruzione del 1988, quando si rese necessario individuare e monitorare i giovani tra i 16 e i 18 anni che, terminata la scuola dell’obbligo, non risultavano né occupati né inseriti in percorsi formativi. Nel tempo il concetto si è ampliato, arrivando a includere una fascia d’età più estesa (generalmente 15-29 anni, ma anche fino a 34 anni).
Proprio a partire dagli anni ’90, il concetto ha vissuto un’amplificazione nel suo utilizzo, fino a diventare un indicatore statistico internazionale relativo ai rapporti comparativi tra i giovani dei Paesi membri. Dal 2010, l’Unione Europea usa il tasso NEET come indicatore dello spreco delle energie e delle intelligenze delle nuove generazioni. Non si tratta solo di disoccupazione, ma di una situazione più complessa, di sconforto del giovane, che smette di cercare e di operare in attività lavorative e di studio, cioè di costruire il proprio futuro.
Nella definizione estesa di NEET possiamo includere:
- i disoccupati
- i neolaureati
- gli ELET (acronimo di Early Leavers from Education and Training), cioè i giovani che hanno interrotto precocemente gli studi
- gli inattivi, ossia coloro che non stanno cercando attivamente un impiego
Secondo i dati Eurostat 2024 la fotografia italiana non è delle migliori: il nostro Paese si posiziona infatti al secondo posto con il 15,2% di NEET (pari a 1,3 milioni che sale a 2 milioni se si estende la fascia di età 15-34), dietro solo Romania, e seguita nell’ordine da Lituania e Grecia. Con riferimento alla dimensione di genere, come avviene in altri Paesi europei, anche in Italia si registra una marcata differenza a scapito delle donne. Il Paese europeo con il minor numero di NEET sono i Paese Bassi, seguiti da Svezia e Malta.
Perché un giovane diventa un NEET?
Le motivazioni che spingono questa percentuale di giovani all’isolamento professionale possono essere varie e riguardanti aspetti diversi. Ciò che preoccupa ancora di più è che la situazione di NEET, spesso, non è provvisoria ma si prolunga per anni, bloccando letteralmente il soggetto.
Per quanto riguarda l’Italia, il mercato del lavoro è caratterizzato da un’elevata disoccupazione giovanile, a causa della precarietà contrattuale, i bassi salari iniziali e lo scarso turnover generazionale. Una situazione che può scoraggiare nella ricerca di un lavoro. Inoltre, il disallineamento tra scuola e lavoro determina uno skill mismatch, ossia la difficoltà nell’individuare dei profili tecnici specializzati, rispetto a dei titoli di studio non direttamente spendibili. In questo senso, alcuni diplomi, possono creare una maggiore possibilità di esclusione dal mondo del lavoro. Una nazione non deve puntare solo su generazioni con un livello di cultura elevato, ma dare forza anche alle competenze tecniche. Il liceo, ad esempio, è un percorso di studi prestigioso, ma non adatto a tutti. Il problema della scelta del percorso di studi si evince con maggiore chiarezza in contesti in cui vi è carenza di servizi educativi specificatamente preposti all’orientamento scolastico. La scarsa presenza di servizi educativi e di orientamento scolastico amplificano, inoltre, il problema della dispersione scolastica.
Un’indagine pubblicata su Almalaurea ha evidenziato che in Italia gli alunni hanno informazioni definite vaghe circa il percorso scolastico, manca un orientamento organizzato, che spesso è demandato alle famiglie, oltre che una scarsa attenzione alle soft skills che vanno a completare la figura professionale, valorizzando l’aspetto umano. La disuguaglianza territoriale, che in Italia riguarda Nord e Sud, si evidenzia proprio nella diversa presenza dei centri per l’impiego nei territori e in un tessuto imprenditoriale diversamente costruito, che rende la presenza dei NEET maggiore nel Mezzogiorno.
Alle precedenti cause si aggiunge, e non per ultima, il disagio psicologico di cui i giovani NEET sono vittima: l’ansia del futuro può portare all’isolamento sociale, così come la difficoltà a trovare un impiego li spinge a perdere fiducia nelle istituzioni e in se stessi, determinando una sorta di autoesclusione pubblica.
Come può intervenire la scuola sul fenomeno
È chiaro che la scuola, da sola, non può risolvere un fenomeno così profondo, ma di certo di diminuire l’incidenza tra i giovani.
In primo luogo, per arginare il fenomeno NEET, la scuola può intervenire sull’orientamento scolastico. Spesso i giovani compiono delle scelte inconsapevoli, quindi l’aiuto nella riflessione circa il futuro va affrontato già dalle scuole medie, presentando vari sbocchi di studio ma anche lavorativi, coinvolgendo anche la famiglia, non solo l’alunno stesso.
Altrettanto prioritaria appare la battaglia alla dispersione scolastica, che nelle zone del sud è più allarmante. In questo caso, si agisce tramite uno specifico tutoraggio degli alunni e un’attenzione particolare alle assenze effettuate, cercando di intervenire anche tramite degli sportelli di ascolto psicologico. Il collegamento tra il mondo della scuola e quello del lavoro, realizzato tramite PCTO, può sicuramente aiutare ad avere un’idea circa la strada da intraprendere una volta terminato il periodo di studi. È importante che la scuola attivi una fitta collaborazione con la rete territoriale attraverso servizi sociali, centri per l’impiego, associazioni territoriali e enti per la formazione professionale. La scuola non ha solo il compito di insegnare la teoria, ma anche quelle soft skills oggi fondamentali nel lavoro, come la capacità di lavorare in gruppo e di problem solving, senza le quali l’individuo adulto potrebbe trovarsi in difficoltà.
Un ruolo importante è svolto anche dal benessere psicologico dell’individuo, che gli consenta di approcciarsi con sicurezza nel futuro senza scoraggiarsi e rinunciare. Per questo, la scuola deve occuparsi anche dell’educazione emotiva e della capacità di gestione dello stress, che permetta all’alunno di avere gli strumenti psicologici necessari per affrontare le scelte future.
I NEET rappresentano una delle sfide più importanti per il futuro delle nuove generazioni e per la sostenibilità economica del Paese. Investire sui giovani significa investire nello sviluppo sociale, culturale ed economico. Ridurre il numero di ragazzi esclusi dallo studio e dal lavoro non è solo un obiettivo statistico, ma una responsabilità collettiva.