Didattica innovativa o tradizionale? Il caso della Michaela Community School in UK

Il successo della scuola inglese, espressione della tradizione didattica, ci fa riflettere, tra chi la difende e chi la accusa.

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Nell’epoca in cui tanto si parla della necessità di una scuola nuova, diversa, innovativa e digitale, fa rumore il caso della Michaela Community School di Birmingham. Andando contro corrente, l’istituto scolastico inglese rivendica in modo risoluto e perentorio i metodi tradizionali in ambito didattico e disciplinare, in quanto ritenuti più efficaci.

Cogliamo l’occasione, spulciando nel dettaglio dell’organizzazione della scuola inglese, per riflettere sui pro e contro delle due tipologie didattiche: meglio una didattica tradizionale o innovativa?

 

Il successo della Michaela Community School

Fondata nel 2014 dall’attuale Preside, Katharine Birbalsingh, la Michaela Community School è un istituto secondario privato con sovvenzioni statali, per alunni dagli 11 ai 18 anni. La Preside, conosciuta dalla cronaca pubblica nel 2010, quando fu protagonista di un discorso alla Conferenza del Partito Conservatore, nel quale si schierava in una posizione critica nei confronti della scuola statale.

“L’insegnante ha il compito di guidare l’autobus, se vogliamo, e assicurarsi che ogni allievo rimanga sull’autobus”, specifica Birbalsingh, per sottolineare il ruolo del docente nella scuola. Nelle aule della Michaela Community School, l’insegnante si pone sempre frontalmente alla classe, i banchi sono posizionati in fila, e mai raggruppati, proprio perché gli alunni devono rivolgere lo sguardo al docente e non ai compagni. L’insegnante è considerato un’autorità, nella convinzione che senza disciplina non vi sia apprendimento: nei corridoi non si parla, gli alunni si spostano velocemente da un’aula all’altra, senza perdere tempo, e ricevono delle punizioni (come trattenersi oltre l’orario scolastico) se commettono infrazioni.

La Preside precisa che l’attenzione è posta sull’apprendimento e non sul metodo, per cercare di cambiare la vita degli alunni che vivono nei centri urbani. La scuola sorge, infatti, in un contesto periferico, abitato dai ceti meno abbienti. “Lavora duro, sii gentile” è il motto della scuola, che ha il compito di incoraggiare i bambini alla solidarietà verso i compagni e le proprie famiglie. Sono proprio i genitori a precisare che i caratteri dei propri figli sono migliorati frequentando la scuola.

 

Non si tratta dell’unico successo, sono i numeri a confermare le parole della Preside: sul sito della scuola, si legge che l’82% dei diplomati si assicura un posto nelle università del Russell Group (formato dai principali atenei britannici, considerato l’equivalente dell’Ivy League in USA); oltre il 91% degli esami finali viene passato dagli iscritti con una votazione pari ad A o B.

Toby Young, ex giornalista di Vanity Fair, dopo aver assistito ad una lezione di francese nella scuola inglese, ha riconosciuto la qualità dell’insegnamento, definendolo pari a quella del prestigioso College di Eton.

 

Le critiche alla Michaela Community School

Ai picchetti fuori dai cancelli, la scuola risponde con le numerose iscrizioni. A chi l’accusa di adoperare metodi militari ed oppressivi, Birbalsingh risponde che “finire la scuola senza saper leggere bene, senza conoscere un minimo di matematica, senza cultura e senza aspettative è oppressivo”. Aggiunge, inoltre, che la ferrea disciplina a scuola, ha consentito di evitare i casi di bullismo in presenza.

George Duoblys, docente inglese, in un articolo per il “London Review of books”, ha scritto che, forse, il metodo autoritario dei docenti priva l’alunno dell’opportunità “di farsi un’idea del proprio stile, del proprio modo di fare le cose”, e aggiunge, “gli insegnanti sono davvero appassionati di apprendimento e conoscenza, ma il modo in cui lo fanno sembra non essere un’esperienza piacevole”.

 

Differenze tra didattica tradizionale e innovativa

Cosa fa la differenza tra le due tipologie di didattica?

L’apprendimento tradizionale è di tipo lineare, dal docente all’allievo, si realizza attraverso delle lezioni frontali e lo studio sui libri di testo. È basato su una serie di sequenze prestabilite: lezione del docente, studio individuale, verifica in classe.

L’apprendimento innovativo, invece, lavora seguendo una pluralità di alternative, cercando di stimolare l’alunno alla collaborazione, ad essere attivo, annullando la tipologia lineare del modello tradizionale. Già alla fine dell’800 il pedagogista John Dewey sosteneva l’idea di un “apprendimento attivo”, contrario alla metodologia della scuola tradizionale, criticata in quanto ritenuta una forma di educazione di massa su soggetti passivi, e per tale motivo noiosa.

 

Ma oggi la scuola è realmente innovativa?

Oggi la scuola italiana può definirsi innovativa o semplicemente sta digitalizzando la didattica tradizionale?

La provocazione viene lanciata da un articolo su Edutopia, che fa riflettere circa il fatto che il rischio potrebbe essere quello di erogare i contenuti secondo una modalità classica, semplicemente attraverso gli strumenti digitali, senza effettivamente realizzare un cambiamento di ruolo dell’allievo.

Una scuola innovativa deve realizzare concretamente un “blended learning” (affiancamento delle tecnologie alla didattica), rendendo l’alunno autonomo nella gestione delle attività e delle tecnologie stesse, permettendogli di gestire i tempi dell’apprendimento. Altrimenti, si limita ad essere una fruizione di una lezione frontale, erogata sul pc anziché in aula.

 

Docente autoritario o tutor?

Il confine tra apprendimento innovativo e classico, è però labile, se consideriamo che la più antica delle didattiche, il metodo della maieutica esercitata da Socrate, (ossia il maestro che aiuta l’alunno a tirar fuori il proprio sapere), è quanto mai attuale. Il docente è la figura che si occupa di realizzare lo spazio adatto affinché l’alunno possa rielaborare attivamente la conoscenza.

Elio Damiani, nel libro “La mediazione didattica. Per una teoria dell’insegnamento”, scrive proprio sul ruolo del docente che, in un’ottica contemporanea, potrebbe sentirsi relegato al ruolo di tutor ed organizzatore delle attività. Al contrario, la Preside Birbalsingh ha definito il docente come colui che deve occuparsi in primis di insegnare, e non centrarsi sullo sforzo di semplificare ad ogni costo il momento dell’apprendimento.

Qual è la “scuola migliore”? Cosa sta cambiando, cosa deve ancora essere migliorato? L’esperienza della Michaela Community School ci invita a formulare delle idee sulla strada che la scuola dovrà prendere in futuro. Forse, nella didattica tradizionale, non tutto è sbagliato, forse i giovani hanno bisogno di un ambiente più formale che sappia guidarli, o forse no? Difficile rispondere, ma di certo ognuno può riflettere sulla propria esperienza personale, individuando pro e contro.

L’argomento può essere approfondito con quello che devi sapere sugli studenti per condurli al successo.

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Ilenia Valleriani

Ho conseguito con lode la laurea specialistica in Comunicazione d’Impresa, successivamente alla laurea triennale in Scienze della Comunicazione, presso l’Università La Sapienza di Roma. Insegnante nella scuola superiore di secondo grado, dal 2017 ho iniziato l’attività di content writer, in particolare sui temi del marketing e della comunicazione, per seguire la passione che coltivo sin da bambina: la scrittura. Da luglio 2021 collaboro con il blog di Education Marketing Italia.

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