Intervista doppia: docenti a confronto

Intervista con due docenti che abbiamo incontrato all’evento “Now: A scuola si può” – Cecilia Rivalenti, docente di matematica e scienze dell’Istituto Comprensivo 3 di Modena, e Marina Maff

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Nel corso delle ultime settimane abbiamo scambiato interessanti chiacchierate con esperti in formazione, amministratori delegati, youtubers, recruiters ed influencers: oggi vi proponiamo un’intervista… doppia, con due docenti che abbiamo incontrato all’evento “Now: A scuola si può” – Cecilia Rivalenti, docente di matematica e scienze dell’Istituto Comprensivo 3 di Modena, e Marina Maffei, docente di scuola primaria.

Education Marketing Italia (EMI): Con che aspettative si viene ad un evento del genere, in cui si parla di educazione ed innovazione?

Cecilia Rivalenti (CR): Sicuramente per una condivisione di idee: è un momento in cui ci si ferma un attimo a pensare a quello che si fa quotidianamente.

Marina Maffei (MM): Io penso soprattutto a cogliere qualche idea nuova, che magari a te non viene in mente perché durante l’anno sei presa dal vortice delle cose da fare e, come diceva la mia collega, qui ti fermi un attimo e cerchi di ragionare sulle idee che ti stanno ponendo e sul come portarle anche all’interno delle proprie classi.

EMI: Quali sono secondo voi gli ostacoli maggiori che la scuola affronta rispetto alla società che cambia? Credete che ci sia una rigidità strutturale per come sono pensate le discipline ed i programmi scolastici?

CR: Innanzitutto mi viene da dire che i programmi non sono rigidi: dal 2012 abbiamo dei traguardi che ci permettono di fare molto di più e di utilizzare gli strumenti che preferiamo. Il maggior ostacolo che ci poniamo è proprio il costruirci da soli dei muri, cioè essere docenti con la testa nel passato. E’ una rigidità personale! Una cosa che mi è piaciuta moltissimo stamattina è il messaggio che tutto si può fare e specie il fatto che si può stare bene in classe; questo è un lavoro che abbiamo scelto e se stiamo bene noi, stanno bene i ragazzi. Di questo sono convintissima.

MM: Secondo me dobbiamo uscire, come hanno detto stamattina, dall’ombra, dalla nostra zona di confort e cercare di capire che se i ragazzi sono avanti, noi non possiamo rimanere indietro come insegnanti; se dobbiamo insegnare qualcosa dobbiamo aver intanto noi recepito e dobbiamo essere in grado di portare ancora più avanti i ragazzi; se siamo noi i primi che restano indietro, non possiamo portarli da nessuna parte, questo è fondamentale.

EMI: Rispetto a questi ragazzi, i millennials prima, i centennials poi, avete notato delle trasformazioni, dei gap generazionali che si sono allargati man mano? 

CR: In realtà io non ho visto delle trasformazioni nell’essere ragazzo; la trasformazione maggiore che ho visto è nel rapporto che hanno i genitori nei confronti della scuola. Il fatto di essere tuttologi da parte dei genitori, spesso ostacola anche il “tutto si può fare” da parte dei docenti perché gli stessi genitori rimangono ancorati ad un concetto di scuola e si aspettano una scuola di un certo tipo; e poi entrano in conflitto con ciò che si propone perché non rispecchia la scuola che loro vorrebbero, che compensi quello che non riescono a fare nelle loro case. I ragazzi hanno sicuramente le stesse necessità di una volta: trovare una persona che possa ascoltare quello che hanno da dire e possa cogliere anche i messaggi che non vengono dalle loro parole e questo da sempre; adesso forse un pochino di più hanno bisogno di essere ascoltati. Tante volte noi dobbiamo avere la capacità di cambiare quelli che sono i nostri programmi e di metterci in ascolto, qui e ora, nel momento in cui entrano in classe.

MM: Anche io sono d’accordissimo: in realtà i ragazzi non sono cambiati, quello che è cambiato è l’approccio dei genitori che spesso sono troppo timorosi e non vedono di buon occhio questi nuovi  approcci didattici un po’ più innovativi. Vedo nei ragazzi una duplice esigenza: da un lato rendere più dinamico l’apprendimento quindi diventare loro gli artefici dello stesso apprendimento, dall’altra rallentare nei rapporti umani, ascoltarli, accoglierli. Qualcuno dei relatori stamani ha anche parlato di “abbraccio”: i ragazzi quando entrano a scuola si devono sentire accolti ed abbracciati in qualche modo.

EMI: Parlando di promozione, nella vostra esperienza, qual è stato l’evento, la soluzione che ha portato una migliore comunicazione tra scuola e genitori: è più efficace un sito web fatto bene oppure un Open Day o ancora altre iniziative?

CR: Sicuramente occorrono tutte le componenti che hai elencato: un sito web in cui si possa trovare in qualche modo sia quello che riguarda la programmazione, gli obiettivi, il piano formativo ed anche una narrazione di quello che sta accadendo qui e ora; comunque deve essere un sito aggiornato e costantemente in evoluzione, il massimo sarebbe sapere cosa sta succedendo in quel momento a scuola, magari avere un blog. D’altra parte però io credo che la scelta debba comunque passare per un contatto visivo. Non deve essere una guerra di marketing sul web, ma deve essere anzi una scuola aperta, non solo durante gli Open Day, ma deve essere una scuola aperta durante tutto l’anno ed in cui ci possano essere più eventi che permettono ai ragazzi di cogliere occasioni e fare esperienze anche al di fuori dell’orario scolastico canonico e che permettono ai genitori di conoscere quello che è la scuola. Tutto questo fa sì che la fiducia in qualche modo nasca.

MM: Magari, come già qualcuno fa, coinvolgere i genitori in qualche progetto anche a priori: quando una scuola è aperta sul territorio e ne diventa un punto di riferimento culturale, la fiducia nasce spontanea anche se tuo figlio ancora non frequenta o non frequenterà quell’istituto.

CR: Mi viene da aggiungere che il coinvolgimento dei genitori va ricercato anche quando si decide di intraprendere una qualche iniziativa che comporti una modifica di quello che è un apprendimento tradizionale. La componente genitoriale deve essere in qualche modo coinvolta anche nelle fasi preparatorie e decisionali: non per fare una sorta di referendum, ma rendere semplicemente partecipe di quello che c’è prima di una votazione di un collegio di docenti o di un consiglio di istituto. Questa è sempre  una caratteristica vincente secondo me per qualsiasi fenomeno innovativo, cioè il fatto di far entrare all’interno di quelli che possono essere momenti decisionali anche la componente genitoriale, fa sì che nel momento in cui parte il progetto, hai già fatto tutto e lo supportano anche a casa. È una cosa impegnativa ma alla lunga fa in modo che quel progetto vada avanti.

EMI: Un’ultima domanda: tanti docenti e formatori oggi sul palco, ma se ci fosse uno studente cosa direbbe? Quale sarebbe il suo focus nel rivolgersi ad una platea di docenti, secondo voi?

CR: Beh, dipende da che studente viene interpellato! Rispondo riportando quanto mi ha detto un mio studente l’altro giorno: prima di entrare in classe o prima di iniziare la lezione, ho l’abitudine di chiedere ai ragazzi come stanno. Uno dei ragazzi mi ha risposto “finalmente qualcuno mi chiede come sto e  non come è andata la verifica”: questa cosa mi ha fatto molto riflettere, e vuol che anche se io penso di farlo normalmente, il messaggio è che loro hanno sempre più bisogno di momenti in cui vengono ascoltati. Quindi, probabilmente, ad un evento del genere, forse chiederebbero solo di essere ascoltati.

MM: Dovrebbe anche essere, però, una voce consapevole: non sempre gli studenti riescono ad avere una certa consapevolezza e dipende anche dalla fascia di età. Ognuno porta la propria esigenza, le proprie difficoltà all’interno della scuola come in altri ambienti, all’interno della scuola di più perché ci passa più tempo e si mettono in moto meccanismi che coinvolgono diversi aspetti della vita dello studente. Penso che ancora adesso uno studente porterebbe l’ansia della scuola: credo che il benessere all’interno della scuola è ancora legato purtroppo a insegnanti singoli particolarmente illuminati piuttosto che a un sistema che si sta creando. Quindi probabilmente la voce di uno studente porterebbe ancora l’ansia della scuola tutto sommato: è lì che probabilmente bisogna lavorare. Anche le neuroscienze stanno andando verso questa direzione: quello che apprendi nel benessere, te lo ricordi, ti rimane; se apprendi nella paura e nell’ansia, te lo dimentichi. Tutti noi facciamo così: cerchiamo di dimenticare le cose brutte del passato e ci scordiamo quelle belle e quindi perché uno studente dovrebbe fare diversamente?

Valeria Alinei

Professionista nel campo del Marketing e della Comunicazione. Grazie ad un background accademico internazionale, ha svolto ricerche in merito all’applicazione del marketing al settore dell’istruzione, a partire dal lavoro di Tesi magistrale dal titolo “Higher Education Marketing a supporto dell’internazionalizzazione delle Università”, che le è valso una Menzione Speciale da parte dell’AICUN - Associazione Italiana Comunicatori d’Università. Ha collaborato con l’Ufficio Marketing dell’Università Cattolica di Milano ed è - dal 2016 - una firma stabile del blog di Education Marketing Italia. Nel dicembre 2019 ha pubblicato con la McGraw-Hill il suo primo libro dal titolo "Education marketing. Strategie e strumenti per comunicare il valore nel mondo dell'istruzione".

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