I bambini conoscono i videogiochi. E la scuola?

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Quando gli adulti parlano dell’uso dei videogiochi da parte dei più giovani si sollevano molte perplessità, atteggiamenti rigidi e critiche severe. Insieme alle nuove tecnologie, smartphone e social network, i videogiochi vengono additati come cause di devianze comportamentali e atti autolesivi (fonte). Le norme di distanziamento sociale e il periodo di lockdown hanno però contribuito a calmierare queste critiche. Come vengono considerati oggi i videogiochi? Sono ancora così importanti? Ascoltare l’opinione dei diretti interessati è il primo passo verso una riflessione profonda: bambini e ragazzi hanno le idee chiare su come i videogiochi influenzano la loro vita quotidiana.

 

Giocare o non giocare? Digitale è il problema?

Giocare è da sempre uno dei passatempi dell’essere umano ed è una parte fondamentale nella crescita dei più piccoli. Il gioco concorre allo sviluppo sociale, fisico, cognitivo ed emotivo: è lo strumento per eccellenza attraverso il quale i bambini costruiscono il significato del mondo ed imparano a relazionarsi con gli altri.

Ma quando sono digitali, i giochi, che ruolo hanno nello sviluppo? Possono fare del bene? Sono nocivi? Come si dovrebbe porre la scuola verso questo mondo poco conosciuto dagli adulti ma che costituisce una parte molto significativa per i bambini e ragazzi in termini sia di tempo trascorso, sia di affezione?

Nell’utilizzo dei videogiochi non c’è nessuna sostanziale differenza tra studenti delle scuole di avviamento pratico o del liceo: gli appassionati appartengono a tutti i livelli di formazione (fonte).

E non stupiscono i dati del rapporto annuale (2021) sul mercato dei videogiochi in Italia stilato da IIDEA dai quali emerge che i giovani giocano soprattutto su smartphone (costituiscono il 40% di questo pubblico) e su console domestiche (29%), con il PC subito a seguire (28%).

 

Ma i report di soli numeri non bastano. Valigia Blu ha esplorato in profondità le esperienze e le emozioni dei ragazzi ascoltando le loro parole: “per comprendere pienamente gli effetti dei videogiochi sulla cultura e sulla società, è fondamentale conoscere chi sta crescendo maneggiandoli come parte centrale delle proprie esperienze di vita”.

E quindi nell’articolo “Parlami dei videogiochi. Abbiamo ascoltato la voce di bambini e adolescenti” Tiziana Metitieri espone le risposte di 72 intervistati di età compresa tra i 6 e 17 anni.

Le parole raccolte sono sincere, essenziali, dirette; rivelano un pensiero consapevole, idee lucide e riflessioni accurate.

 

Perchè la passione intorno ai videogiochi è così forte?

Non si tratta di un semplice passatempo, dicono; ogni gioco ha le sue caratteristiche e le sue difficoltà. Il nome più ricorrente tra i videogiochi citati nelle interviste è Minecraft con 22 preferenze, seguito da Fortnite con 16 preferenze, Roblox con 5, Brawl stars, Animal crossing, FIFA.

Dai giochi si può imparare, dai giochi possono nascere amicizie. Sono giochi attraverso cui si può “creare, esplorare e costruire”, “stimolare la creatività, e la competizione così come “giocare con altre persone” e collaborare per la vittoria o gli obiettivi da raggiungere. “Mentre si gioca si può parlare, scherzare e insomma stare assieme”. C’è chi afferma di aver compreso cosa significa il “gioco di squadra”.

L’aspetto relazionale è molto forte nella maggior parte delle persone interpellate.

Quasi tutti gli intervistati che giocano con qualcuno ritengono sia “bello” e “divertente”. Per Checco – ogni partecipante ha scelto un nickname con il quale essere identificato garantendo l’anonimato –, 16 anni “è la parte più divertente, parlare, scambiarsi strategie e suggerimenti, aiutarsi e anche arrabbiarsi e perdere insieme” mentre Artemisia, 15 anni, afferma di preferire il gioco di gruppo perché apprezza il “poter contare anche su altre persone” mentre gioca.

 

A scuola si parla dei videogiochi con gli insegnanti?

Le risposte a questa domanda sono state piuttosto unanimi: riferiscono che non è mai (87,5%) o quasi mai (65%) accadutoa parte quando si parla di sicurezza online e, solitamente, se ne parlano è per dire che dobbiamo giocarci di meno”.

Che atteggiamento dovrebbe avere dunque la scuola? Informarsi di più? Stimolare un confronto? È abbastanza parlare di cittadinanza digitale e cyberbullismo?

Alcuni intervistati riferiscono: “con la prof di italiano abbiamo parlato dell’uso corretto dei dispositivi e della quantità di tempo passata sui dispositivi e sui social”; oppure: “in questo periodo stiamo facendo un laboratorio che in realtà è sul cyberbullismo, ma l’argomento principale è il videogioco perché attraverso questo puoi essere bullizzato.

Il mondo dei giochi digitali cresce rapidamente, è difficile comprenderne la vastità e mantenere una visione d’insieme. L’impressione è che gli adulti, spiazzati, decidano di non addentrarvisi. Ma ai ragazzi piace e piacerebbe parlarne un po’ di più. Johnnygroot, 9 anni, racconta: “con una maestra una volta ci abbiamo parlato, è stato bello perché potevamo esprimerci”.

Tuttavia, vengono raccontate alcune esperienze di avvicinamento: “più che altro con la maestra di italiano che se non lo conosce ci chiede più o meno come funziona” dice ad esempio Noah di 9 anni. Ma c’è anche chi si spinge un po’ più in là: “abbiamo anche fatto un paio di progetti usando Minecraft” dice IlBaroneRosso di 14 anni.

 

Gli adulti dovrebbero usare di più i videogiochi?

Le risposte a questa domanda rivelano qualche resistenza da parte dei ragazzi nel condividere il proprio mondo con gli adulti, soprattutto verso quegli adulti che dei giochi digitali non sanno nulla: “sono sicuro che molti parlano dei videogiochi come il peggior male esistente – come a volte anche giornali e notizie – perché li reputano infantili e diseducativi quando in realtà è pieno di giochi che riescono a insegnarmi molte cose” dice Saturno, 14 anni.

Quando i giovani gamer percepiscono la totale estraneità dei propri genitori o degli educatori rispetto a questo mondo, vivono le regole che gli sono state date come arbitrarie, imposte solo sulla base di pregiudizi e opinioni prive di un vero fondamento. Non ne comprendono così l’importanza e faticano a rispettarle (fonte).

Nelle interviste, la maggior parte delle risposte suggerisce che gli adulti dovrebbero usare i videogiochi per capire che essi non sono tutti uguali, che non sono passatempi qualunque, che ci può essere molta cura e cultura nella loro costruzione. I ragazzi vorrebbero condividere ciò che li appassiona ma si bloccano se trovano davanti a sé un muro di opinioni costruite senza l’esperienza diretta e concreta.

 

Restare uniti e divertirsi insieme

Informarsi accuratamente sull’attuale panorama dei videogame è il primo passo per costruire le basi necessarie a instaurare un confronto con bambini e ragazzi e concordare delle regole d’uso sensate e comprensibili.

I ragazzi si pongono delle domande, cercano e si costruiscono le risposte; hanno voglia di comunicare, di capire e di capirsi. Aragorn, 11 anni, afferma: “questa intervista mi è servita molto perché mi ha fatto pensare ed ho detto la mia opinione personale”.

Può sembrare che pensino soltanto ai loro giochi e mondi virtuali ma, se glielo chiediamo, ci diranno che quello che ciò che conta è essere uniti.

Barney, 13 anni: “non so chi ascolterà, se avete dei figli o voi stessi siete dei figli. Cercate di divertirvi sempre con i vostri genitori, non soltanto con i videogiochi. Ai genitori: cercate di coinvolgere i vostri figli, di farvi coinvolgere dai vostri figli nei loro divertimenti, in questo caso nei videogiochi ma come potrebbe essere qualsiasi altra cosa. È molto importante”.

Giulia Cattoni

Lavoro dal 2013 nell'ambito della comunicazione e del marketing. Mi sono appassionata e specializzata sui temi riguardanti il territorio, l'innovazione e l'educazione diventando professionista dell'uso del linguaggio e della creazione, gestione e organizzazione dei contenuti. Mi sono laureata in Comunicazione con una tesi sull'uso della lingua per l'infanzia, ho frequentato corsi sulla didattica emozionale e sulla robotica educativa. Trasversalmente, ho carpito la sensibilità dalla mamma insegnante e l’ho fatta mia lavorando con entusiasmo per sette anni come istruttrice di pallavolo nel settore giovanile comasco. Lavoro con orgoglio per Education Marketing Italia dal 2016 come autrice del blog e dal 2020 sono entrata a far del team che offre servizi e consulenza strategica per le scuole.

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