Intervista a Luca Piergiovanni, docente ed esperto di Education Technology

"Parlo sempre della figura dell’insegnante come quella di un insegnante-social, che usa le liste di Twitter, le storie di Instagram, le reti professionali di Linkedin o i gruppi di esperti su Facebo

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Proseguono le nostre interviste con professionisti ed esperti del campo dell’Education. Ancora uno speaker dall’evento TELL ME NOW – A scuola si può, ma soprattutto una persona che ha saputo distinguersi sul campo, attraverso corsi di formazione e consulenza: parliamo di Luca Piergiovanni, docente di Lettere, ma anche formatore, consulente e progettista in Tecnologie dell’apprendimento.

Education Marketing Italia (EMI): Ciao Luca, benvenuto! Sia a livello di formazione anche in ambito IT, oppure per ciò che riguarda la comunicazione o l’utilizzo di determinati strumenti, sembriamo essere ancora molto indietro rispetto a tante realtà che ci stanno intorno. Tu ti occupi di innovazione educativa: sicuramente il tuo percorso di formazione e di lavoro è particolare e fonte di ispirazione per docenti e formatori, ma cosa ti ha spinto ad occuparti di questo ambito?

Luca Piergiovanni (LP): La voglia di migliorarmi continuamente, per cercare di regalare agli studenti le situazioni di apprendimento più serene e idonee per imparare bene; ogni docente ha il proprio stile, ma deve cercare di cambiare strategie di insegnamento, così come metodi e strumenti secondo i contesti e gli alunni che ha di fronte. Negli anni ho cercato di sperimentare ogni tipo di ambiente online educational, soprattutto quelli che permettono di istruire gli studenti ai principi della ricerca nel Web, all’esercizio di oralità e scrittura, a quell’apprendere facendo e per scoperta che diventa significativo e autentico in quanto permette a ogni ragazzo di sviluppare capacità dando vita a prestazioni complesse, quelle richieste dal mondo lavorativo di oggi. Ho ottenuti risultati importanti, con un coinvolgimento e un interesse grande da parte dei miei alunni e un miglioramento sensibile delle loro prestazioni e questo mi ha spinto a continuare su questa strada.

EMI: Vista la esperienza che hai nel campo, qual è l’evoluzione nell’approccio che hai visto nei docenti verso le nuove metodologie di insegnamento e l’utilizzo delle nuove tecnologie? Noi spesso riscontriamo che c’è ancora molta resistenza culturale: hai modo di darci una visione diretta?

LP: Circa dieci anni fa, quando iniziai a portare in classe attività legate alla radio scolastica (podcast), ai videototurial didattici con i canali education di YouTube, alla scrittura nel Web (blogging), all’uso in chiave professionale dei Social Network, trovavo talvolta resistenza. Adesso credo ci sia una maggiore apertura, ma c’è ancora tanto da fare, perché spesso ci barrichiamo dietro un “vorremmo cambiare, ma non abbiamo l’attrezzatura” , “ci adoperiamo, ma poi a casa gli studenti non hanno i dispositivi”. Sono affermazioni con un fondo di verità, perché in molte scuole manca una infrastruttura tecnologica adeguata e il digital divide è ancora elevato nel nostro paese, ma  in realtà il vero ostacolo è la mentalità, poiché la pervasività della tecnologia e la connettività ci spingono a un Ripensamento di metodi e strategie, di spazi e arredi, di processi di apprendimento e di valutazione, anche là dove il mezzo tecnologico non c’è, basta volerlo. Difatti, si può innovare anche senza tecnologie: si tratta di trovare la strada più giusta per arrivare ai ragazzi. Un esempio pratico: in classe mancano connessione e dispositivi, ebbene posso ugualmente coinvolgere gli studenti nella costruzione di un Blog, illustrando loro le tecniche di scrittura in Rete, perché scrivere nel Web è una vera e propria arte, e così i post del nostro blog possono essere creati anche con carta e penna e sarà in un secondo momento l’insegnante ad occuparsi della loro pubblicazione online. Procedendo in questo modo, tuttavia, avremo coinvolto gli studenti in un percorso di ricerca, di lettura e scrittura che sarà portato avanti durante l’intero anno scolastico, permettendo loro di esercitarsi costantemente e di trasformare la classe in una redazione, in un fablab in continuo mutamento e miglioramento.

Secondo me è la voglia di mettersi in gioco a fare la differenza. Certamente sarebbe auspicabile poter realizzare tutto ciò in maniera istituzionale e collegiale perché un docente da solo fa molta fatica.

EMI: Siamo arrivati a parlare di social media, che per te è un argomento importante anche come mezzo di insegnamento per i ragazzi. Allo stesso tempo, è un aspetto molto complesso e volevo chiederti se potevi darci una chiave di lettura che possa stimolare l’attenzione degli insegnanti sull’argomento social.

LP: Parlo sempre della figura dell’insegnante di oggi come quella di un insegnante-social, che utilizza il Web per aggiornarsi: con le liste di Twitter, le storie di Instagram, le reti professionali di Linkedin o i gruppi di esperti su Facebook, è possibile crearsi un corso di aggiornamento personalizzato. Sono poi tanti i docenti Youtubers o comunque quelli che producono contenuti e li condividono con i colleghi di tutto il mondo. Ogni giorno il Web costituisce dunque un flusso continuo di idee, di scambi e condivisioni: un’opportunità talmente grande questa a cui è impossibile rinunciare. Ma il primo passo dobbiamo farlo noi. Per questo, nei miei corsi di formazione, specialmente ai colleghi che hanno poca dimestichezza con il mondo social, consiglio sempre di impegnarsi in questi due passaggi:

  1. creare una classe online (di piattaforme che offrono questo servizio ce ne sono davvero tante) per comprendere a fondo le dinamiche comunicative del Web, poiché questa classe non va vista soltanto come lo spazio per assegnare compiti ai ragazzi, depositare materiali, svolgere quiz o verifiche, ma con l’impegno di tutti può diventare un luogo utile a migliorare le relazioni con gli studenti e quel rapporto di stima e di rispetto reciproco che è alla base di ogni apprendimento significativo.
  2. creare un gruppo tra insegnanti delle stesse discipline o aree di studio per la raccolta e catalogazione di risorse didattiche trovate nel Web, sfruttando le potenzialità di uno dei tanti bookmarks a disposizione. In questo modo tutti avranno contenuti pressoché infiniti da usare in classe.

EMI: Deve essere uno scambio continuo, anche i ragazzi devono poter dire: “Prof, ho trovato questo, cosa ne pensa?”. È importante uscire dallo spazio fisico dell’aula per entrare nello spazio aula digitale. Quale pensi sarà il futuro della innovazione educativa: sarà la realtà virtuale, la realtà aumentata, il learning-by-doing di cui parlavi prima, la multidisciplinarietà,… Su cosa secondo te bisogna maggiormente puntare?

LP: Adesso molte realtà educative si stanno concentrando su attività di robotica, coding, realtà aumentata… In “Fisica del futuro”, il giapponese Michio Kaku prospetta un immediato futuro di rivoluzioni incredibili in ogni campo della società, anche in quello educativo, ma la relazione insegnante-discente è insostituibile e inoltre, più che rincorrere le mode, un educatore dovrebbe formarsi su tutti questi nuovi linguaggi e canali comunicativi per poi di volta in volta avere la possibilità di scegliere quello più idoneo per raggiungere determinati obiettivi o portare avanti una certa attività con i propri ragazzi: un’app didattica può considerarsi superata se ne producono un’altra che opera meglio, ma se uno strumento per la mia classe funziona, benché datato, non può di certo essere considerarlo superato! La stessa lezione frontale spesso si pensa che debba essere soppiantata da metodi flipped, ma anche la lezione frontale può risultare efficace, purché non sia la scelta esclusiva o lo specchio di un apprendimento prettamente mnemonico ed enciclopedico. La difficoltà più grande è quella di trovare un equilibrio tra conoscenze e competenze, o per meglio dire tra il nozionismo vuoto e fine a se stesso, slegato dal mondo reale, e l’esaltazione di un saper fare, di un ragionare per competenze distinte dai saperi, scadendo in superficialità e approssimazione.

Come docente e come formatore, ho sviluppato negli anni questa visione, cercando sempre di migliorare me stesso. Anche di recente ho seguito un master molto impegnativo: non smetto mai di studiare e i miei alunni spesso mi domandano: “Prof, allora? Com’è andato l’esame?”. È davvero bello essere un esempio per i ragazzi.

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