“Il maestro stimola la scoperta non quando corregge subito, ma quando usa lo sbaglio dell’allievo per far nascere una nuova consapevolezza”, così parlava Socrate, sostenitore della capacità dell’individuo di riflettere e capire dove migliorare, tanto che la sua principale tecnica filosofica era il dialogo, per stimolare l’interlocutore a correggersi. Parole che oggi risuonano centrali nella didattica contemporanea, e che innovano quello che era il pensiero di un tempo. Per generazioni, la nostra società ha alimentato un sistema educativo basato sull’idea che l’errore, visto come una macchia rossa sul registro, fosse da punire e colmare nel minor tempo possibile. Al contrario, affrontarlo e gestirlo si trasforma oggi in una soft skills preziosa nel futuro lavorativo.
Il cambio di paradigma: dal comportamentismo al costruttivismo
Spesso nel linguaggio comune sbaglio e errore sono usati come sinonimi, in realtà non è proprio così.
Lo sbaglio deriva dal latino ex-intervallum e si lega al concetto di “abbaglio”. Si tratta di una svista momentanea, un tilt dell’attenzione dovuto alla stanchezza o alla distrazione.
L’errore, invece, deriva dal verbo latino errare, che significa vagare, esplorare, andare per tentativi. L’errore non è una mancanza di attenzione, è il risultato di un tentativo logico, di un’ipotesi che non ha funzionato. Quando un bambino applica una regola sintattica in modo logico ma errato (ad esempio dicendo “io ho aprito” anziché “io ho aperto”), non sta avendo un momento di distrazione: sta testando una strategia cognitiva coerente.
Per lungo tempo, nella scuola, si è pensato che l’errore fosse da eliminare dalla memoria dello studente. Nella corrente psicologica del comportamentismo, sviluppatasi nella prima metà del Novecento, esso veniva visto come un fallimento. Studiosi come Watson e Skinner lo consideravano una risposta scorretta ad uno stimolo. Dalla seconda metà del secolo, invece, con il cognitivismo, l’approccio all’errore cambia radicalmente: esso viene considerato come una finestra per osservare il modo in cui l’alunno ragiona, è la prova che le strutture cognitive cambiano per far posto a quelle nuove.
Se il cognitivismo apre la finestra sulla mente dello studente, è però con il costruttivismo di Jean Piaget e Lev Vygotskij che l’errore riceve la sua definitiva consacrazione pedagogica. Secondo la prospettiva costruttivista, la conoscenza non è un pacchetto predefinito che il docente trasferisce nella testa vuota dell’alunno, ma una struttura che lo studente costruisce da zero interagendo con il mondo. L’errore non è un incidente di percorso, ma il mattone fondamentale dell’apprendimento. Quando un’ipotesi dell’alunno si scontra con la realtà e fallisce, si genera un “conflitto cognitivo”. Questo squilibrio costringe il cervello a riorganizzare le proprie mappe mentali, modificando le vecchie strutture per accoglierne di nuove e più complesse.
La visione dell’errore nella Growth Mindset
Nell’ambito della didattica per errori, è utile fare riferimento agli studi della psicologa Carol Dweck. Nei suoi studi sui processi di apprendimento e sulla motivazione, la psicologa ha teorizzato l’esistenza di due atteggiamenti mentali, studiati a partire dagli anni ’70 e mostrati nel saggio “Mindset the new psychology of success” del 2006.
Il primo atteggiamento mentale, “fixed mindset” (forma statica), indica coloro che sono convinti che l’intelligenza dipenda dalla genetica e sia pertanto immutabile. L’errore viene considerato un verdetto, sancisce il fatto di “non essere capaci”. Questi atteggiamenti prediligono compiti semplici e sono spesso affetti da ansia da prestazione.
Il secondo atteggiamento, il “growth mindset”, evidenzia, invece, una forma mentis dinamica, che considera il cervello malleabile attraverso impegno ed esercizio. L’errore è un dato informativo che fotografa una situazione del momento, non l’identità dell’alunno, come a dire “non ho ancora capito questo passaggio”. Ciò che la psicologa definisce il potere del non ancora, perché l’obiettivo non è ancora stato raggiunto.
Questo secondo atteggiamento è avvalorato perfettamente dai recenti studi sulla neuroplasticità: le neuroscienze spiegano, infatti, che quando il cervello umano sbaglia, il sistema nervoso modifica la propria struttura in risposta agli stimoli.
I vantaggi della didattica per errori
L’errore non è più il sintomo di una mancanza di capacità, ma la prova biologica che il cervello sta lavorando al massimo delle sue potenzialità per evolversi. Evitare l’errore o correggerlo priva prematuramente l’alunno della ginnastica necessaria per apprendere. Il filosofo Karl Popper afferma che la conoscenza umana avanza per tentativi ed errori: “non è la risposta esatta al primo colpo a farci evolvere, ma il cammino di correzione costante che compiamo”.
Portare avanti una didattica per errori consente di sviluppare diversi vantaggi:
- creare un maggiore coinvolgimento tra gli studenti in quanto saranno stimolati a ragionare per capire dove sbagliano
- sviluppo del problem solving, perché capire l’errore permette di cercare strategie alternative
- migliora la memoria a lungo termine, infatti la correzione di un errore si fissa in modo particolare nella memoria
- diminuisce la paura di sbagliare e di essere giudicati
- migliora la metacognizione ossia la riflessione sui propri processi mentali e su come evitarlo in futuro, oltre che potenziare la capacità di autovalutazione
- l’errore è di per sé un feedback, importante sia per il docente che per l’alunno
Per dare un diverso connotato all’errore e renderlo accettabile per lo studente, il docente deve, innanzitutto, creare un clima positivo e progettare delle attività che prevedano la possibilità dell’errore, ad esempio esercizi con trabocchetti o scenari complessi. Successivamente stimolare la riflessione sull’errore e sulle strategie da poter mettere in atto per evitarlo in futuro.
Particolare importanza rivestono le parole che il docente utilizza: attenzione al modo in cui si corregge l’errore, una parola può fare la differenza per lo studente. Evitare frasi come “te l’avevo detto”, “eri stato avvisato”, “perché l’hai fatto?”.
Da privilegiare, invece, espressioni del tipo “sbagliando si impara”, “riproviamo insieme”, “capisco che sia frustrante perché ti sei impegnata”.
Osservare con attenzione gli errori che si ripetono più frequentemente in quanto possono indicare una necessaria inversione di rotta per il docente, ed evitare di concentrarsi esclusivamente sul risultato finale senza considerare il percorso di apprendimento.
Parliamo di attività concrete
Ma cosa si può fare in classe per valorizzare l’errore e fare in modo che gli alunni familiarizzino con esso? Vediamo degli esempi di attività che possono essere replicate in classe, dove l’errore svolge un ruolo primario:
- “Caccia all’errore”: l’insegnante consegna degli elaborati già svolti (esercizi matematici, testi…) contenenti degli errori. Gli alunni possono lavorare singolarmente o in gruppi con l’obiettivo di individuare e segnalare gli errori, per redigere un breve “rapporto” come fossero dei detective, in modo da stimolarli alla riflessione sull’errore stesso e sulla soluzione più adeguata
- “Bacheca dei magnifici sbagli”: realizzare uno spazio fisico in aula (un cartellone, una bacheca) o digitale (come un padlet…) dove gli studenti possono riportare gli errori individuati durante la settimana, che saranno poi commentati insieme. L’obiettivo è di sdrammatizzare la vergogna dell’errore, considerarlo anche divertente, dimostrando che tutti sbagliano, compreso l’insegnante (si possono riportare, ad esempio, lapsus nel parlare, sbagli nel chiamare gli alunni con nome errato…)
- “Compito in due tempi”: gli studenti sono invitati a consegnare una prima bozza del proprio lavoro, nel quale il docente apporrà dei commenti senza dare una valutazione. In un secondo momento gli alunni avranno l’opportunità di rielaborare il compito, alla luce dei suggerimenti forniti dall’insegnante. In questo caso, ci si pone l’obiettivo di sviluppare la capacità riflessiva dell’alunno
- “Quiz al contrario”: si ipotizza un quiz dove l’insegnante pone delle domande nelle quali si chiede di individuare l’errore (il distrattore) nei testi/esercizi proposti (esempio: qual è la risposta errata tra quelle proposte?). In questo modo si migliorano le competenze metacognitive anziché individuare in modo passivo la risposta corretta.
Cambiare paradigma nei confronti dell’errore è una delle sfide della scuola contemporanea. Smettere di nascondere lo sbaglio e iniziare a considerarlo come “il mattone dell’apprendimento” permette di formare menti flessibili e curiose. Le neuroscienze e i pedagogisti del passato, l’evoluzione biologica e cognitiva non nasce dalla risposta esatta data al primo colpo, ma dal cammino fatto per trovarla. Come affermava la pedagogista Maria Montessori “l’apprendimento non risiede nella perfezione immediata, ma nel cammino autonomo per scoprire dove si è sbagliato”.